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SVIAMENTO DELLA CLIENTELA: SI INTEGRA ANCHE IN ASSENZA DI UN PATTO DI NON CONCORRENZA

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SVIAMENTO DELLA CLIENTELA: SI INTEGRA ANCHE IN ASSENZA DI UN PATTO DI NON CONCORRENZA

Un’interessante sentenza della Cassazione del 6 giugno 2022, la n. 18034 (in allegato) chiarisce le circostanze che determinano la configurabilità degli atti di concorrenza sleale, soprattutto quelli legati allo sviamento della clientela.

Nel caso di specie un’impresa che si occupa di servizi di trattamento dei dati personali mediante una piattaforma web, si era rivolta al Tribunale di Torino poiché due ex dipendenti, dopo essersi dimesse entrambe nello stesso periodo, avevano creato un loro sito del tutto simile a quello dell’ex impresa datrice, per la gestione dei dati personali dei Condomini, e avevano utilizzato i dati riservati dell’impresa per stornare un numero considerevole di clienti.

A pochi mesi dalla creazione del nuovo sito, infatti, le ex dipendenti avevano stornato 23 clienti su 125, dato certamente significativo se consideriamo che ognuno dei 23 clienti gestiva, a sua volta, centinaia di condomini ai quali poter attivare i servizi dei quali le ex dipendenti erano fornitrici.

Secondo le due donne non si poteva parlare di concorrenza sleale poiché non vi era un patto di non concorrenza da loro stipulato con il datore di lavoro, e poiché le informazioni che erano state utilizzate non erano oggetto di segreto industriale. Inoltre, secondo le donne, i clienti si erano spontaneamente rivolti a loro, oltre al fatto che vi erano molte altre aziende che utilizzavano software simili a quello dell’ex impresa datrice, per cui il servizio da quest’ultima offerto non aveva certo carattere innovativo

Ma secondo i giudici, le ex dipendenti erano comunque tenute, sebbene non fosse mai stato stipulato un patto di non concorrenza, a “rispettare i canoni correttezza e lealtà e ad astenersi dal porre in essere condotte (ancorché non tipizzate) volte a dirottare verso la loro impresa la clientela della controparte.”

La responsabilità delle ex dipendenti ai sensi dell'art. 2598 n. 3 c.c. è stata affermata pur in assenza di un patto di non concorrenza, perché fondata non sulla violazione di un impegno a non svolgere attività concorrenziale, ma sulla consumazione di condotte sleali, lesive della sfera e della libertà dell'impresa concorrente.

Era stato accertato, oltretutto, che le donne, quando erano ancora dipendenti dell’impresa, avevano avvisato i clienti del fatto che sarebbe stata costituita a breve una nuova società che poteva offrire loro gli stessi servizi, ed in effetti, una volta dimesse, le donne hanno proposto delle offerte personalizzate ad ognuno dei clienti, sfruttando le informazioni delle quali erano entrate in possesso durante la collaborazione con l’impresa. Ciò aveva permesso alle donne di ottenere un illecito vantaggio competitivo, "con risparmio di tempo e delle risorse che sarebbe stato necessario impiegare per procurarsi autonomamente i dati dei clienti ed avviare correttamente la nuova impresa".

E a proposito del segreto industriale, i giudici chiariscono che: “L'imprenditore deve ritenersi tutelato nei confronti di atti di concorrenza rivolti a carpirgli segreti nei procedimenti produttivi o in genere attinenti all'organizzazione dell'impresa, oltre che degli atti volti ad appurare con mezzi subdoli notizie che, senza che siano veri e propri segreti, l'impresa concorrente non ritenga di mettere a disposizione del pubblico”.

Ed ancora: “Il fatto che le ricorrenti avessero utilizzato informazioni non oggetto di segreto industriale secondo la nozione recepita nell'art. 98 d.lgs. 30/2005, non escludeva la configurabilità dell'illecito, trattandosi comunque di dati riservati”.

In sintesi, tutte le informazioni e le notizie, anche quelle liberamente accessibili a tutti i dipendenti, ma non destinate ad essere divulgate fuori dall’azienda, non possono essere utilizzate dai dipendenti per trarne dei vantaggi esterni all’azienda che le possiede. Una condotta di questo tipo integra un atto di concorrenza sleale e sviamento della clientela.

Per la risoluzione di questi casi e per prevenire danni ingenti sul patrimonio aziendale, è importante rivolgersi ad una agenzia investigativa autorizzata.

Gli investigatori privati intervengono con delle attività di monitoraggio e di pedinamento, unite alle tecniche di Web Intelligence OSINT e SOCMINT, per documentare la condotta del dipendente o ex dipendente, e le relazioni che intesse con i clienti della società di provenienza, con lo scopo di stornarli.

Le prove così raccolte possono essere utilizzate in giudizio per la tutela dei propri diritti.

Come possono intervenire gli investigatori privati, in questi casi?

  • Mystery Shopping Online con Trap purchase;
  • Attività di Web Intelligence OSINT e SOCMINT, per l’analisi dei canali di vendita, dei social delle aziende e dei soggetti coinvolti nell’illecito e per la raccolta di elementi utili a dimostrare l’illecito da fonti aperte e database;
  • Attività di pedinamento e di monitoraggio dei soggetti coinvolti nell’illecito.

Scarica l'allegato
CORTE DI CASSAZIONE - SENTENZA N. 18034 DEL 6 GIUGNO 2022 (PDF).PDF


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