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STORNO DIPENDENTI E CONCORRENZA SLEALE: LE ULTIME NOVITÀ DALLA CASSAZIONE

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STORNO DIPENDENTI E CONCORRENZA SLEALE: LE ULTIME NOVITÀ DALLA CASSAZIONE

La Cassazione, con l’Ordinanza n. 22625 del 19 luglio 2022 (in allegato) ha affrontato un caso di concorrenza sleale e storno dipendenti/collaboratori molto interessante, che ha permesso alla Corte di ribadire i fattori che determinano la configurabilità degli atti di concorrenza sleale, contrari ai principi della correttezza professionale.

Il caso di specie ha inizio nell’ottobre del 2012, quando una società che si occupa di formazione ha presentato ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. al Tribunale di Torino, a seguito di atti di concorrenza sleale e contraffazione subiti da parte di un competitor. Nello specifico la società accusava il competitor di indebito storno dei propri dipendenti, imitazione pedissequa del proprio materiale pubblicitario, utilizzazione di know-how e informazioni riservate, attività concorrenziali e confusorie e contraffazione di un marchio registrato.  

La società aveva riferito di aver subito dei notevoli danni a causa degli atti illeciti ricevuti, vedendo dimezzare gli iscritti ai corsi di formazione da essa organizzati, “con il conseguente diritto al risarcimento dei danni per lucro cessante, anche per la vanificazione dei propri investimenti pubblicitari, oltre che per il pregiudizio della propria immagine.”

La Corte d’Appello di Torino aveva escluso che si fosse verificata la fattispecie dello storno, poiché non era corretto comprendere tra i soggetti stornati i liberi professionisti coinvolti nella realizzazione dei corsi, poiché liberi, appunto, di collaborare anche con società dello stesso settore. Non erano stati neanche rilevati lo svuotamento ed il pregiudizio lamentati dalla società. Sempre secondo la Corte d’Appello non era emersa neanche la volontà del competitor di danneggiare la società, poiché le conoscenze e la professionalità dei lavoratori trasmigrati, pur essendo di alto livello, non presentavano “carattere di esclusività tali da rendere tali dipendenti assolutamente essenziali”, e ciò non impediva “alla concorrente di continuare a competere”. Inoltre, dalle prove raccolte, era emerso che i dipendenti si erano trasferiti presso la nuova società spontaneamente, per via dell’insoddisfazione vissuta nella prima azienda.

La Corte di Cassazione, confermando quanto stabilito dalla Corte d’Appello, ha spiegato che “lo storno dei dipendenti di impresa concorrente costituisce atto di concorrenza sleale allorché sia perseguito il risultato di crearsi un vantaggio competitivo a danno di quest’ultima tramite una strategia diretta ad acquisire uno staff costituito da soggetti pratici del medesimo sistema di lavoro entro una zona determinata, svuotando l’organizzazione concorrente di sue specifiche possibilità operative mediante sottrazione del modus operandi dei propri dipendenti, delle conoscenze burocratiche e di mercato da essi acquisite, nonché dell’immagine in sé di operatori di un certo settore. Ne consegue che, al fine di individuare tale animus nocendi, consistente nella descritta volontà di appropriarsi, attraverso un gruppo di dipendenti, del metodo di lavoro e dell’ambito operativo dell’impresa concorrente, nessun rilievo assume l’attività di convincimento svolta dalla parte stornante per indurre alla trasmigrazione il personale di quella”.

Ed ancora, costituisce concorrenza sleale ex art. 2598, n. 3 c.c.l’assunzione di dipendenti altrui o la ricerca della loro collaborazione non tanto per la capacità dei medesimi, ma per utilizzazione, altrimenti impossibile o vietata, delle conoscenze tecniche usate presso altra impresa, compiuta con animus nocendi, ossia con un atto direttamente ed immediatamente rivolto ad impedire al concorrente di continuare a competere, attesa l’esclusività di quelle nozioni tecniche e delle relative professionalità che le rendono praticabili, così da saltare il costo dell’investimento in ricerca ed in esperienza, da privare il concorrente della sua ricerca e della sua esperienza, e da alterare significativamente la correttezza della competizione”.

Quindi, per ritenersi integrata una condotta di  concorrenza sleale, secondo la Cassazione, vanno considerati i seguenti fattori:

  • le modalità del passaggio dei dipendenti e collaboratori da un’azienda all’altra, che deve avvenire in modo diretto, “ancorché eventualmente dissimulato”, affinché possa ritenersi configurata un’attività di storno;
  • la quantità e la qualità del personale stornato;
  • la posizione ricoperta dal personale stornato nell’ambito dell’organigramma dell’impresa concorrente;
  • le difficoltà dovute alla sua sostituzione;
  • i metodi utilizzato al fine di indurre i dipendenti e/o i collaboratori a passare all’impresa concorrente.

Per procurarsi le prove della concorrenza sleale di cui sono vittime, molte aziende si affidano alle agenzie investigative autorizzate, che hanno le giuste competenze per procedere con i controlli difensivi, con indagini mirate alla raccolta delle prove utili in sede di giudizio.

Per procedere con la raccolta delle prove, gli investigatori privati monitorano il soggetti coinvolti, per cristallizzare con foto e video possibili incontri con personale, dirigenti o collaboratori, allo scopo di intessere una collaborazione pregiudizievole per l’azienda presa di mira.

Le prove vengono poi inserite, dagli investigatori privati, in un dossier, utilizzabile in sede di giudizio. Gli investigatori possono essere chiamati a testimoniare in Tribunale, confermando quanto riportato nel dossier.

Come possono intervenire gli investigatori privati, in questi casi?

  • Attività di Web Intelligence OSINT e SOCMINT, per la raccolta di elementi utili a dimostrare l’illecito da fonti aperte e database;
  • Attività di pedinamento e di monitoraggio dei soggetti coinvolti nell’illecito;
  • Testimonianza in tribunale, se necessario.

Scarica l'allegato
CORTE DI CASSAZIONE - ORDINANZA N. 22625 DEL 19 LUGLIO 2022 (PDF).pdf


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