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SMART WORKING: PER LE GRANDI AZIENDE È ORA DI TORNARE IN UFFICIO?

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SMART WORKING: PER LE GRANDI AZIENDE È ORA DI TORNARE IN UFFICIO?
Fiona Cicconi, responsabile HR di Google, ha comunicato ai dipendenti dell’azienda che dal primo settembre sarà necessario svolgere la propria mansione in sede, e non in smart working, almeno per tre giorni settimanali.
Chi vorrà continuare a lavorare in smart working per più di due settimane all’anno, fino ad un massimo di 12 mesi - in casi eccezionali - dovrà presentare richiesta formale all’azienda, che valuterà caso per caso se acconsentire o meno. L'azienda sta redigendo nuove linee guida per regolare il lavoro da remoto, fermo restando che i dipendenti possono essere richiamati in azienda in qualsiasi momento. Inoltre l’azienda potrebbe pensare di tarare lo stipendio dei dipendenti in base al luogo di lavoro.
Intanto, a partire da questo mese, i 200mila dipendenti dell’azienda potranno scegliere se presenziare in sede o meno, rispettando ovviamente il protocollo anti Covid-19.
A metà marzo era stato annunciato da Alphabet Inc., holding a cui fa capo anche Google, che erano stati investiti 7 miliardi di dollari per aprire nuovi data center e uffici negli Stati Uniti, creando 10mila nuovi posti di lavoro. Per Pichai, CEO di Alphabet, è importante collaborare, lavorare insieme e di persona, per costruire una comunità fondante per il futuro personale e aziendale.
Per il benessere dei propri dipendenti, Google ha sempre provveduto a realizzare ambienti di lavoro worker-friendly, ed al loro rientro i dipendenti potranno portare in ufficio anche i propri animali domestici. Nel periodo di smart working forzato, Google ha contribuito con un bonus da 1000 dollari all’acquisto di materiale ad hoc per il lavoro da casa, come strumentazioni, seduta ergonomica etc.
Le grandi aziende, e non solo, stanno puntando molto sulla capacità dei vaccini di sconfiggere il Covid-19 e le sue varianti, e stanno lavorando ad una riorganizzazione aziendale che riporti un senso di normalità, e che vedrà il suo concretizzarsi, molto probabilmente, al rientro delle vacanze estive.
Ci sono altre grandi aziende che continuano a puntare, invece, sullo smart working, come Facebook, prospettando che nei prossimi dieci anni almeno un dipendente su due potrà lavorare da casa, mentre Microsoft, dopo aver riaperto la propria sede operativa il 29 marzo, ha permesso ai dipendenti di adottare una soluzione lavorativa ibrida, alternando home working e lavoro in sede. Twitter ha lasciato che fossero i dipendenti a scegliere come continuare a prestare il loro lavoro, se in presenza o a distanza, mentre Amazon spinge per il rientro in sede dei lavoratori il prima possibile.
Anche le aziende italiane stanno cercando il giusto equilibrio tra smart working e lavoro in sede, valutando sia i vantaggi del lavoro da casa, come il risparmio su spazi, mensa, pulizie ed utenze, ma anche gli svantaggi, come l’allentamento della coesione interna e la difficoltà di far funzionare al meglio un modello organizzativo nuovo ed in continuo cambiamento.
In questo scenario ancora in evoluzione, è infatti fondamentale il rispetto delle regole, e sia i dirigenti che i lavoratori devono muoversi verso un obiettivo comune: favorire un equilibrio lavorativo quanto più produttivo possibile. I controlli difensivi da parte delle aziende, per mezzo delle agenzie investigative, sono oggi uno strumento ancora più utile per monitorare l’andamento aziendale, la fedeltà dei lavoratori e l’efficacia delle decisioni prese.
Questo tipo di indagini, infatti, permettono di identificare la reale motivazione dietro la richiesta di lavorare da casa, il rispetto degli accordi presi per l’home working (dal luogo all’orario), la presenza del dipendente sul luogo di lavoro quando necessario, il rispetto dei protocolli aziendali, compreso quello anti contagio, eventuali illeciti in atto e molto altro.
Dopo un anno di lavoro da casa, come scrive la stessa Fiona Cicconi ai dipendenti Google, tornare a lavorare in sede può provocare emozioni diverse, e può portare i dipendenti a commettere degli errori, volontariamente o involontariamente, e questo va prevenuto e arginato, per non causare ulteriori danni in una fase di ripresa di per sé delicata e da tutelare.

 


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