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QUAL È IL VALORE PROBATORIO DEI MESSAGGI WHATSAPP?

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QUAL È IL VALORE PROBATORIO DEI MESSAGGI WHATSAPP?
Secondo il principio di tipicità dei mezzi di prova possono avere accesso nel processo civile soltanto le prove previste e disciplinate dalla legge.
Le “riproduzioni meccaniche, fotografiche, informatiche (CAD) o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti.” (art. 2712 c.c.)

La Cassazione, con la pronuncia n. 9884 del 2005, aveva già riconosciuto pieno valore probatorio agli SMS e alle foto contenute negli MMS, ritenendoli “elementi di prova” integrabili con altri elementi anche in caso di contestazione. In caso di disconoscimento della “fedeltà” del documento all’originale, il Giudice può accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni.

In tema di processo civile, la giurisprudenza si è espressa con la storica sentenza n. 49016 del 2017, in cui la Corte di Cassazione fa riferimento ai messaggi inviati tramite WhatsApp: essi hanno valore di prova, anche se in assenza dei supporti informatici nei quali sono contenute le conversazioni in chat, non è possibile conferire ad esse valore probatorio. 
In tema di processo penale, la giurisprudenza richiama in maniera specifica il concetto di prova documentale, così come previsto dall’art. 234 del c.p.p., il quale ricomprende ogni scritto o altro documento in grado di rappresentare fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo.

Anche nell’ambito del processo penale le conversazioni contenute nelle chat di WhatsApp sono considerate dall’unanime giurisprudenza una forma di memorizzazione di un fatto storico comparabile ad una prova documentale e, pertanto, utilizzabile ai fini probatori. Ma anche in questo caso l’utilizzabilità della prova è condizionata dall’acquisizione del supporto (telematico o figurativo) contenente la menzionata registrazione, dal momento che la trascrizione, svolge una funzione meramente riproduttiva del contenuto della principale prova documentale.

Per quanto riguarda la trascrizione dei messaggi WhatsApp, essa è da considerarsi inutilizzabile e non congrua prova senza la produzione dei supporti informatici contenenti le conversazioni.
In caso di contestazione e disconoscimento di tali messaggi, per valutare la veridicità e la corrispondenza della documentazione prodotta ai messaggi realmente inviati e contenuti nell’app, il Giudice può disporre una consulenza tecnica d’ufficio.

In assenza dei supporti informatici che contengono le conversazioni non è possibile conferire ad esse valore probatorio, ed un ordine di produzione avrebbe solo natura esplorativa e surrogatoria di oneri processuali di parte non assolti.
Alla luce di tutto quanto affermato, da un esame della giurisprudenza più recente emerge chiaramente che le conversazioni WhatsApp possono avere valore probatorio in un processo civile, anche nel caso in cui vengano contestate dalla parte nei confronti della quale sono state prodotte.

Invero, la Cassazione non ha specificato espressamente come acquisire i messaggi WhatsApp come prova in un processo, ma ha lasciato intendere che se insieme alle trascrizioni sia depositato il dispositivo elettronico originale, i dati possono essere accettati e utilizzati in giudizio.
Avvenuto il deposito nelle modalità suindicate, lo smartphone o il supporto informatico potranno dunque essere sottoposti alla perizia di un tecnico nominato dal giudice che dovrà verificare che il testo non abbia subito alterazioni. Oltre a quanto evidenziato, per conferire maggiore valore probatorio ai messaggi e superare qualsiasi possibile contestazione, è altresì possibile munirsi di una relazione tecnica di un consulente informatico una copia conforme ed autenticata dei messaggi Whatsapp a uso legale, da depositare in giudizio. A tale ultimo riguardo, sarà necessario procurarsi un’attestazione di conformità delle trascrizioni o degli screenshot alle conversazioni originali presenti sul supporto informatico esibito, da parte di un notaio o di un altro pubblico ufficiale (come le forze dell’ordine).

Come deve avvenire l’acquisizione delle chat WhatsApp?
Vi sono casi in cui non è necessario acquisire al processo la riproduzione o lo smartphone in quanto l’invio o il ricevimento del messaggio non è contestato. Il Tribunale di Catania, Sezione Lavoro, con ordinanza del 27.06.2017, ha riconosciuto la legittimità, sotto il profilo della sussistenza della forma scritta e della validità della sua comunicazione, del licenziamento intimato a mezzo WhatsApp, trattandosi di documento informatico che il lavoratore non ha contestato, avendo quest’ultimo formulato tempestiva impugnazione. Peraltro, i giudici hanno osservato che l’app in questione consente di verificare che il messaggio sia stato consegnato (due spunte grigie) e letto (due spunte blu) dal destinatario, con tanto di data e ora di ricezione e lettura. Il licenziamento comminato via WhatsApp è stato pertanto considerato dai giudici catanesi un documento informatico che, laddove ricevuto, ha piena validità di prova, a maggior ragione se il dipendente impugna il licenziamento, dimostrando in tal modo di aver ricevuto e di aver imputato il messaggio con certezza al datore di lavoro.

In altri casi, per far sì che un messaggio WhatsApp faccia il proprio ingresso all'interno di un processo come prova occorre essere in possesso di uno o più screenshot provenienti dal display del cellulare. Una volta ottenuto lo screenshot, il file contenente la conversazione può essere stampato, o, in alternativa, allegato mediante l'utilizzo di una penna usb da aggiungere al fascicolo.

Innanzitutto, occorre:
  1. Depositare documentalmente gli screenshots del cellulare relativi alla messaggistica;
  2. effettuare la relativa trascrizione nel corpo dell’atto;
  3. rendere testimonianza su tale messaggistica, mediante apposita richiesta istruttoria, o comunque, ad avviso di chi scrive, rendere evidente la veridicità e la coerenza dei messaggi nel e con il generale contesto dei fatti.
Al fine di prevenire eventuali contestazioni avversarie che potrebbero emergere, derivanti dal disconoscimento dei WhatsApp, occorre:
  1. offrire la produzione del cellulare contenente la messaggistica, richiedendo apposita perizia tecnica da parte del consulente nominato dal Giudice, che dovrà verificare che il testo non abbia subito alterazioni;
  2. in alternativa, produrre copia forense dello stesso con annessa relazione tecnica periziata che attesti, in conformità con quanto disposto dalla legge 48/2008, la metodologia e strumentazione utilizzata per la copia forense, l’assenza di tracce di alterazione o manipolazione ai dati che dovranno essere utilizzati in Giudizio e i criteri con i quali sono stati estratti gli elementi probatori d’interesse.

In alcune circostanze gli investigatori privati vengono incaricati della produzione e conservazione di sms o chat, soprattutto nelle indagini per contraffazione e/o concorrenza sleale. Facciamo un esempio: in una attività di Mystery Shopping online e, nello specifico, per effettuare un cosiddetto Trap purchase, ossia l'acquisto di un bene o di un servizio mirato ad individuare e a raccogliere le prove dell'illecito, gli investigatori possono scambiare dei messaggi con dei venditori non autorizzati ed inserire gli screenshot della conversazione avuta all’interno del dossier investigativo.

In questo caso l’investigatore utilizza un dispositivo idoneo ed è egli stesso protagonista dello scambio di informazioni riportato, per il quale può essere chiamato a testimoniare in sede di giudizio per confermarne la paternità e la veridicità.

In altre circostanze l’investigatore privato acquisisce conversazioni di terzi, ad esempio nei casi di stalking, quando affianca la vittima nella raccolta del materiale utile per presentare denuncia o per tutelarsi in tribunale. In questo caso l’investigatore acquisisce gli screenshot direttamente dal dispositivo della vittima, diventandone in un certo senso testimone oculare, e certificando la fedeltà di quanto riportato negli screenshot e/o nelle trascrizioni dei messaggi rispetto a quanto contenuto nel supporto.

Alla luce di quanto appreso, quando un investigatore presenta i messaggi Whatsapp e le chat conservate nella memoria di un telefono, esse hanno natura di documenti ai sensi dell'art. 234 c.p.p., sicché è legittima la loro acquisizione mediante mera riproduzione fotografica. Questo viene espressamente detto anche nella già citata sentenza n. 49016 del 2017, in cui la Corte di Cassazione si è espressa con riguardo ai messaggi inviati tramite WhatsApp: essi hanno valore di prova, anche se in assenza dei supporti informatici (gli smartphone o il pc) nei quali sono contenute le conversazioni in chat, non è possibile conferire ad esse valore probatorio. La registrazione di conversazioni svoltesi sul canale informatico Whatsapp, per quanto costituisca una forma di memorizzazione di un fatto storico della quale si può certamente disporre legittimamente ai fini probatori, trattandosi di una prova documentale, va acquisita in modo corretto ai fini processuali non potendosi prescindere dall’acquisizione dello stesso supporto-telematico contenente la menzionata registrazione al fine di verificare con certezza sia la paternità delle registrazioni, sia l’attendibilità di quanto da esse documentato.
Proprio per questo, la trascrizione e la presentazione delle chat è condizionata dall’acquisizione del supporto contenente la menzionata registrazione, che non è altro che una riproduzione del contenuto della principale prova di cui devono essere controllate l’attendibilità, la veridicità e la provenienza.


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