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Niente addebito alla moglie omosessuale

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Niente addebito alla moglie omosessuale
L’omosessualità della moglie, non è un buon motivo per l’addebito della separazione. Anzi semmai rende ancora più evidente l’intollerabilità della convivenza. La Cassazione con la sentenza 8713, è costretta ancora a ricordare che la separazione per colpa non esiste più dal 1975 grazie alla riforma del diritto di famiglia. Il promemoria è destinato ad un marito che negava il mantenimento alla moglie, una domestica che lavorava in “nero”, accusandola di aver abbandonato il tetto coniugale non perché il rapporto era in crisi ma perché «si era semplicemente stancata di comportarsi da moglie fedele e da madre, preferendo accompagnarsi con altre donne con cui intratteneva relazioni omossessuali». Il tutto in violazione dei doveri coniugali imposti dal Codice civile. I giudici di primo grado gli avevano dato ragione, ma la Suprema corte riafferma il diritto alla separazione in presenza di fatti che, nella coscienza sociale e per comune percezione rendono intollerabile la vita a due. E l’intolleranza ha una soglia soggettiva come «fatto psicologico squisitamente individuale riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi». Chi tiene conto dell’evoluzione della società, deve accettare che la disaffezione e il distacco spirituale possano dipendere da uno solo dei coniugi. La prova dell’insostenibilità del rapporto matrimoniale era anche nella profonda depressione che aveva portato la donna a tentare il suicidio. E la presunta omosessualità, anche se appurata, non farebbe che avvalorare la scelta della fuga: «attesa la ancora maggiore evidenza dell’intollerabilità della convivenza matrimoniale per una persona omosessuale».
 


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