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MARITO SPIA LE E-MAIL E IL TRAFFICO TELEFONICO DELLA MOGLIE: ARRESTATO

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MARITO SPIA LE E-MAIL E IL TRAFFICO TELEFONICO DELLA MOGLIE: ARRESTATO
Con la Sentenza n. 23035/2021 della Cassazione (in allegato) si torna a parlare della responsabilità penale del coniuge che spia l’altro in maniera illecita.
È importante, infatti, fare una premessa: quando si ha il sospetto di essere traditi dal partner, è necessario procurarsi le prove dell’infedeltà in atto in maniera legale e nel pieno rispetto della privacy.
Per questo è sempre consigliabile rivolgersi ad una agenzia investigativa autorizzata, che può quindi raccogliere le prove dell’infedeltà in maniera lecita, consegnando al committente il dossier investigativo dettagliato che egli potrà produrre in sede di giudizio, poiché ha valore probatorio e rappresenta, nella maggior parte dei casi, la prova schiacciante della relazione clandestina.
Gli investigatori privati non accedono ai messaggi di posta elettronica, né al traffico telefonico del soggetto indagato, ma effettuano delle attività di pedinamento e di monitoraggio, e delle indagini OSINT, in modo da ottenere prove valide legalmente e, soprattutto, difficilmente contestabili e/o incontestabili.
L’e-mail in sé, ad esempio, per la legge, non ha alcun valore. O meglio: ha lo stesso valore di una fotocopia, e può considerarsi una prova solo se, in una eventuale causa, non viene contestata da colui contro il quale viene esibita, o se viene confermata da altre circostanze.
Invece gli avvenimenti che vengono cristallizzati, con i relativi riferimenti ai giorni ed agli orari, all’interno del dossier investigativo, difficilmente verranno contestati, poiché rappresentano delle evidenze.
Se ci si improvvisa detective, dunque, il rischio che si corre è altissimo, così come accaduto all’imputato della sentenza presa in esame.
Infatti l’uomo, sospettando dell’infedeltà della moglie, è acceduto alla casella di posta elettronica della donna per leggere le sue e-mail, senza il suo consenso. Inoltre ha effettuato l’accesso al sito del gestore telefonico della donna, per visualizzare il suo traffico telefonico.
All’uomo è stato attribuito il concorso formale dei reati di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza e di accesso abusivo a un sistema informatico o telematico, ai sensi dell’art. 81 comma 2 e artt. 615 ter e 616 c.p., ed è stato punito con tre mesi di reclusione.
L’imputato ha presentato ricorso, sollevando tra i motivi di doglianza anche il fatto che egli fosse a conoscenza delle chiavi di accesso e che questo quindi escludesse che la persona offesa, ossia la moglie, avesse messo in sicurezza il sistema nei confronti dell’ex marito.
Ma la Corte ha ritenuto il motivo inammissibile, per manifesta infondatezza: il fatto stesso che siano previste delle chiavi di accesso dimostra che si è in presenza di un sistema di protezione tutelato dall’art. 615 ter c.p., e quindi per la Corte è irrilevante che l’uomo fosse a conoscenza dei dati di accesso, o che fosse egli stesso il reale intestatario della SIM card in uso alla moglie.
Secondo la sentenza, infatti, “la tutela della riservatezza attiene a valori che si sottraggono a logiche dominicali”, ossia a logiche di proprietà.

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Sentenza 23035.pdf


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