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LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL DIPENDENTE CHE SI FINGE DEPRESSO, INCASTRATO DALLE PROVE DEGLI INVESTIGATORI PRIVATI | LA SENTENZA

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LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL DIPENDENTE CHE SI FINGE DEPRESSO, INCASTRATO DALLE PROVE DEGLI INVESTIGATORI PRIVATI | LA SENTENZA
La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro Civile, con la sentenza del 3 giugno 2021, n. 15465 (in allegato) grazie alle prove prodotte dagli investigatori privati incaricati, ha rigettato il ricorso di un impiegato, licenziato per aver mentito sulle sue condizioni di salute.
Il provvedimento disciplinare è stato preso dall’Agenzia del Demanio, presso la quale l’uomo era impiegato. A seguito di un infortunio sul lavoro, il dipendente aveva ottenuto un congedo per malattia, dichiarando di soffrire, proprio a causa di quell’infortunio, di una sindrome ansiosa depressiva.
L’agenzia investigativa incaricata, però, aveva filmato l’uomo mentre lavorava all’interno del negozio di panetteria della figlia, dimostrando un comportamento sereno e regolare, non riconducibile a quello di una persona affetta da tale disturbo.
La Corte di Cassazione ha così confermato la decisione presa dalla Corte d’appello di Reggio Calabria, con la sentenza n. 48 del 2019, confermando la legittimità del licenziamento disciplinare, intimato dall’Agenzia del Demanio nel 2010. Proprio nel marzo 2010, infatti, il dipendente aveva lavorato, durante un periodo della malattia causata dall’infortunio, nell’esercizio commerciale della figlia, non in maniera occasionale, ma continuativa, come accertato dalle prove delle indagini investigative.
Inoltre lo svolgimento dell’attività all’interno della panetteria non risultava essere meno gravoso di quello relativo alla sua mansione d’ordine presso l’Agenzia del Demanio, che avrebbe pertanto potuto continuare a svolgere senza problemi.
I certificati medici prodotti, inoltre, a seguito dell’infortunio, descrivevano un quadro depressivo, se esistente, di modesta entità e non riconducibile all’infortunio sul lavoro. Certificazioni che risultavano essere anche contraddittorie tra di loro.
Nei motivi del ricorso il dipendente aveva denunciato anche una violazione della disposizione dell’art. 55, comma 3, lettera c) CCNL di categoria, che prevede la sanzione della sospensione dal servizio senza retribuzione per un massimo di 10 giorni, nei casi di “svolgimento di altre attività durante lo stato di malattia o di infortunio, incompatibili e di pregiudizio per la guarigione”.
Ma il giudice d’appello, grazie alle prove emerse dai video e dal dossier investigativo, ha confermato il licenziamento non per lo svolgimento di una seconda attività lavorativa, in costanza di malattia o di infortunio, ma bensì per l’inesistenza della denunciata inabilità al lavoro. La disposizione citata dal ricorrente, infatti, prevede la effettiva sussistenza dello stato di malattia o infortunio, e ciò non riguarda il caso specifico.
Si tratta dunque dell’ennesima sentenza che conferma la liceità dei controlli difensivi da parte del datore di lavoro, sia nel settore pubblico che in quello privato, che così facendo assolve all’onere di prova, dimostrando l’esistenza dell’illecito che ha causato, come in questo caso, il provvedimento disciplinare del licenziamento.

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Sentenza 15465.pdf


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