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L’intervista - Dott.ssa Chiara Camaioni: il tradimento, cause ed effetti. Parte 1

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Quello del tradimento è purtroppo un tema che non smetterà mai di essere in auge, neanche in questo periodo di restrizioni dettate dalla pandemia in corso, che vede un aumento dell’infedeltà coniugale, al contrario di quello che si potrebbe pensare.
Abbiamo quindi voluto porre alla Dott.ssa Chiara Camaioni, psicologa e psicoterapeuta - con la quale abbiamo già affrontato il tema in una recente diretta social (clicca qui) – alcune delle domande che più spesso vengono fatte in merito al tradimento, anche dai nostri clienti, che si rivolgono a noi per ottenere le prove dell’infedeltà del proprio partner.
Gli spunti di riflessione sono così interessanti che abbiamo deciso di dividere l’intervista in due parti.
In questa prima parte analizzeremo le cause che portano a tradire, gli effetti che la scoperta del tradimento provoca nella vittima e cosa succede a chi invece preferisce non conoscere la verità.
È possibile ascoltare l’intervista anche in podcast, cliccando sul video. Buona lettura e buon ascolto.

 
  • Si possono realmente individuare delle cause che portano al tradimento?
È molto complesso individuare delle cause specifiche, ogni relazione ha una sua identità, una sua storia.
Essa è infatti composta da due individui, che nella loro unicità vanno a comporre una diade molto specifica e, per questo motivo, le cause che possono portare al tradimento potrebbero non essere le stesse per tutti.
Le crisi e le motivazioni che possono portare ad un tradimento (non per forza elementi connessi da un legame di causalità) sono tanto specifiche quanto le abilità che la coppia detiene per potergli far fronte. Con questo intendo dire che un momento difficile, una prova da superare, un cambiamento nella vita dell’uno o di entrambi, possono essere vissuti come stressor e quindi creare uno stato di malessere nella coppia in maniera molto variabile.
Non è una novità, per noi psicologi, andare a indagare in psicoterapia il significato che un certo evento ha avuto per la persona. Le risposte mi sorprendono  e arricchiscono sempre, restituendomi la conferma che ogni evento è unico e a renderlo tale è proprio il vissuto di ogni singolo soggetto.
Mi capita di osservare soggetti con personalità depressive andare incontro al tradimento come scudo anticipatorio rispetto alla certezza di poter essere lasciati in futuro, perché non degni d’amore, una sorta di “ti tradisco, tanto tu lo farai sicuramente (se non lo hai già fatto!) perché non valgo nulla!”; soggetti invece con sfumature più fobiche le vedo oscillare tra il bisogno di essere amati in una relazione stabile e quello di libertà assoluta.
È perciò evidente che il significato che diamo al tradimento e all’essere stati traditi è influenzato da moltissimi elementi che possono essere rintracciati nella storia di vita del soggetto.
Dopo questa importante premessa, possiamo senza dubbio individuare alcuni meccanismi e bisogni che possono portare più di altri a tradire il partner, proverò ad elencarne solo alcuni: il bisogno di libertà e indipendenza, bisogni sessuali non soddisfatti o difficili da condividere con il partner per via del giudizio o della vergogna che vengono meno in rapporti con figure dove non vi è un legame affettivo reale, grandi cambiamenti all’interno della coppia sia in termini negativi che positivi (es. la nascita di un figlio o la perdita del lavoro), per vendetta, per la voglia di tenerezze, per il timore dell’intimità, per conferme personali (in alcuni casi tradire è una conferma di cartapesta rispetto al proprio valore o al bisogno di sentirsi autonomi e non emotivamente dipendenti).

 
  • Cosa comporta a livello psicologico, nella maggior parte dei casi, scoprire di essere traditi? Cos’è che fa più male?
Una domanda molto interessante quanto complessa. Quando parliamo di tradimento, infatti, andiamo spesso a toccare una delle esperienze più drammatiche e difficili per l’essere umano: l’esperienza della separazione. Ognuno di noi ha delle corde sensibili, dei temi specifici, che spesso si attivano proprio nel distanziamento dalla persona significativa, quindi potrebbe avvenire la possibile messa in discussione della propria identità personale.
È, io credo, molto importante traslare il tradimento all’interno della cornice socio-culturale in cui viviamo. Ad oggi il significato del tradimento è infatti molto diverso da quello che potevano vivere i nostri nonni o bisnonni. Viviamo in una società narcisistica, dove l’“io” è spesso posto davanti al “noi”, dove i miei bisogni sono prioritari rispetto ai tuoi e questi devono inoltre essere soddisfatti nel più breve tempo possibile (la frustrazione, negli ultimi decenni, non è qualcosa alla quale siamo stati educati) e tutto questo è un terreno fertile per il tradimento.
Quando veniamo traditi si infrange qualcosa, si infrange la relazione, noi esistiamo in quanto esseri relazionali e questo ci ha reso adattabili all’ambiente: se la relazione si infrange insomma, noi che fine facciamo?
Con questo non intendo dire che una relazione amorosa sia indispensabile alla sopravvivenza, le relazioni umane lo sono tutte, in ogni loro forma: quelle amorose però possono provocare ferite particolarmente profonde.
La sensazione di rabbia, delusione, tristezza e perdita di orientamento sono tra le prime ad essere riportate dal soggetto tradito: in fondo quando perdiamo qualcuno perdiamo anche una parte di noi, un’immagine, un significato che abbiamo riposto in quella relazione fino a quel momento.
Allo stesso modo perdiamo l’immagine che fino a quel momento abbiamo avuto nel nostro partner, una crepa sul muro dell’autenticità (una classica domanda che una persona tradita pone a se stessa è “con chi sono stata?”).
Per questo motivo è molto importante focalizzarsi su di si sé, poter chiedere aiuto, proprio per risanare l’esperienza del tradimento e della separazione attraverso la rilettura del passato relazionale, dell’accettazione del sé tradito e della vulnerabilità delle relazioni umane.

 
  • Molte persone preferiscono invece non sapere di essere tradite, sebbene lo sospettino. Questa scelta ha a che fare con la dipendenza affettiva secondo la sua esperienza? E lei cosa consiglia?
Questo potrebbe essere legato a una dipendenza affettiva ma potrebbe nascondere molte altre paure, passando da sfumature emotive (es. sano timore per il cambiamento) ad altre più concrete (es. dover abbandonare il tetto coniugale, fattori economici annessi).
Quando parliamo di dipendenza affettiva entriamo in un territorio molto delicato. Essa, sebbene non sia presente tra i disturbi mentali contenuti nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) rientra senza dubbio tra le nuove dipendenze insieme allo shopping compulsivo, la dipendenza da lavoro o la dipendenza da internet.
Il termine dipendenza potrebbe portarci con la mente alle dipendenze da uso di sostanze e in effetti queste due dipendenze hanno dei meccanismi psichici molto simili: i sintomi di astinenza legati alla fine di una storia - come insonnia, ansia, depressione; il fenomeno del craving -ricerca della sostanza/persona, o la tendenza a ricercare sempre più vicinanza nella relazione -aumento della dose.
Le vite di queste persone sono spesso partner-centriche e questo ha un effetto negativo sulla vita sociale del soggetto dipendente, si può osservare inoltre l’abbandono di ogni interesse e velleità personale che gradualmente vanno a spegnersi per far spazio a l’unico elemento veramente importante: il partner. Purtroppo casi di questo tipo possiamo trovarli anche in rapporti violenti dove, la componente aggressiva, diviene un pericolo ancora maggiore per il soggetto dipendente.
I vissuti di inadeguatezza e l’ansia abbandonica accompagnano spesso questi soggetti, i quali cercano di far fronte alle loro emozioni, mostrando comportamenti di estrema disponibilità, spesso riposta in partner poco empatici che svalutano e disconfermano la loro amabilità instaurando un circolo vizioso pericoloso e patologico.
Un quadro molto simile possiamo ritrovarlo all’interno del Disturbo Dipendente di Personalità, il DSM lo descrive così: necessità pervasiva ed eccessiva di essere accuditi, che determina un comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione.
La piccola introduzione fatta fin qui ci rende contezza di quanto, in questi casi, sia indispensabile l’aiuto di un esperto e la psicoterapia in questo senso è davvero un’esperienza preziosa: in fondo non c’è nulla di più sano e rivoluzionario di una buona e sana relazione di cura.


Dott.ssa Chiara Camaioni

Psicologa, Psicoterapeuta e socio ordinario della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC).
Iscritta all’Albo degli Psicologi della Lombardia (n. 17549).
Si occupa di adulti e adolescenti presso il Centro Clinico Porta Romana a Milano di cui è co-fondatrice.
Coltiva inoltre una forte passione per la Mindfulness.

Contatti:
info@chiaracamaioni.it
http://www.ccpr.it/


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