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L’AZIENDA PUÒ METTERE IN FERIE IL DIPENDENTE NO VAX?

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L’AZIENDA PUÒ METTERE IN FERIE IL DIPENDENTE NO VAX?
Il datore di lavoro ha il dovere di garantire e preservare il diritto all’integrità fisica e morale dei dipendenti, e ciò prevale sull’interesse dei lavoratori di usufruire delle ferie in un periodo diverso da quello scelto.
Questo uno dei principi espressi nella sentenza del Giudice Anna Travia del Tribunale di Belluno, in merito al caso di dieci operatori di due Rsa della stessa città, che si sono rifiutati di ricevere il vaccino Pfizer anti-Covid. Per questa ragione le Rsa hanno deciso di inibire il loro accesso alle sedi lavorative, imponendo loro un periodo di ferie.
I dipendenti hanno presentato un ricorso urgente al Tribunale chiedendo di essere riammessi al lavoro, ma il Giudice ha respinto il ricorso. Il provvedimento preso dalle Rsa è stato dichiarato non solo legittimo, ma addirittura doveroso, poiché il datore di lavoro ha il dovere di sicurezza nei confronti dei dipendenti, come da art. 2087 del Codice civile.
Nel provvedimento viene sottolineata l’idoneità del vaccino quale misura utile a tutelare l’integrità fisica dei dipendenti, scongiurando un decorso negativo della malattia, come dimostrato dai dati del personale sanitario a cui è stato somministrato e dalle esperienze internazionali di vaccinazione massiccia, citate dal Tribunale, come negli Stati Uniti o in Israele.
Dal momento quindi che i dieci dipendenti ricorrenti “sono impiegati in mansioni a contatto con persone che accedono al loro luogo di lavoro”, con il conseguente rischio di essere contagiati, secondo il Giudice il loro proseguo nello svolgimento dell’attività lavorativa comporterebbe una violazione dell’obbligo di sicurezza da parte del datore di lavoro.
Infatti, a prescindere dalle protezioni adottate dai colleghi o dai terzi, il rischio del contagio permane.
Il Giudice ha respinto anche la prospettiva dei ricorrenti in merito ad un possibile loro licenziamento come successivo provvedimento preso dal datore di lavoro, dopo il periodo di ferie, o di una sospensione dal lavoro e dalla retribuzione.
Ma secondo il Giudice non vi è alcuna evidenza che dimostri la volontà del datore di lavoro di procedere in questo senso, e quindi il Tribunale non prende posizione in merito a ciò che potrebbe accadere.
Se la situazione dovesse permanere, ed il lavoratore continuasse a rifiutare il vaccino, la questione sospensione - e in ultima analisi licenziamento - potrebbe essere il prossimo nodo da sciogliere.
Ribadiamo ancora una volta che la responsabilità del datore di lavoro, in merito al contagio da Covid-19 sul luogo di lavoro, è molto alta. Nell’art. 42 del D.L. 18/2020 (c.d. Decreto Cura Italia), si precisa espressamente che il contagio da Covid-19 deve essere trattato dal datore di lavoro (pubblico o privato che sia) e dall’Inail come un infortunio.
Al datore di lavoro basterebbe dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per escludere ogni sua responsabilità. In questi casi l’intervento di una agenzia investigativa autorizzata può essere mirato alla verifica del mancato rispetto dei Protocolli da parte dei dipendenti e della veridicità di quanto dichiarato dal dipendente sulla sua eventuale positività.

Gli investigatori privati possono intervenire con delle indagini specifiche, come:
•    Verifica veridicità positività del dipendente
•    Mystery shopping - Acquisti programmati
•    Assunzioni programmate
•    Indagini per uso scorretto permessi
•    Indagini per assenteismo e falsa malattia
•    Investigazioni preassunzione

 


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