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FALSA ATTESTAZIONE DELLA PRESENZA IN SERVIZIO: SI VIENE SEMPRE LICENZIATI?

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FALSA ATTESTAZIONE DELLA PRESENZA IN SERVIZIO: SI VIENE SEMPRE LICENZIATI?
La legittimità dei controlli difensivi per mezzo di agenzia investigativa autorizzata, da parte del datore di lavoro, è stata più volte confermata dalla giurisprudenza in materia. Nei casi di falsa attestazione della presenza in servizio da parte del dipendente, accertata dalle indagini investigative, è consentito il licenziamento per giusta causa.
Con la Sentenza n. 6031 del 4 Ottobre 2019 (della quale abbiamo parlato qui), ad esempio, il Tribunale di Padova ha dichiarato legittimo il licenziamento di un dipendente che in 14 giorni aveva dedicato 20 ore lavorative su 112 a questioni personali, come emerso dall’esito delle indagini dell’agenzia incaricata.
In sostanza, il 17,86% del tempo che avrebbe dovuto dedicare alla sua attività lavorativa, era stato invece utilizzato per scopi prettamente personali, e completamente estranei alla mansione ad egli affidata.
Secondo la sentenza, è da ritenersi lecito l’impiego di una agenzia investigativa privata per il controllo dell’operato del dipendente, poiché non è da ritenersi il frutto di una iniziativa estemporanea del datore di lavoro, ma la conseguenza di una assenza anomala dal luogo di lavoro.
L’intervento degli investigatori privati viene anzi ritenuto dal giudice lo strumento d’indagine meno invasivo “tra quelli concretamente disponibili e comunque utili allo scopo”, e non vi è alcuna violazione dello Statuto dei Lavoratori, in quanto l’utilizzo della strumentazione foto/video da parte degli agenti investigativi non si configura come un “monitoraggio costante, continuativo e indiscriminato sui luoghi in cui la prestazione lavorativa deve essere eseguita”, ma mirato e strettamente necessario a dimostrare l’illecito in atto, non eccedente al fine richiesto.
In quale circostanza la falsa attestazione della presenza in servizio può non portare al licenziamento?
Una recente sentenza, la n. 14199 del 24 maggio 2021 (in allegato), ha ritenuto che, sebbene il dipendente si fosse assentato durante l’orario di lavoro, per inscenare una protesta contro le sue condizioni lavorative presso il cimitero comunale, a suo avviso non idonee, il licenziamento non è da considerarsi una conseguenza ammissibile.
Questo perché la condotta del dipendente non può essere considerata fraudolenta a tutti gli effetti, poiché non si era verificato un reale allontanamento, e la durata della protesta era stata di pochi minuti. Ma soprattutto, la condotta non era idonea a indurre in errore il datore di lavoro, che era anzi il destinatario di quella manifestazione.
Infatti, secondo la Corte, per integrare gli estremi del licenziamento disciplinare ex art. 55 quater, lett. a), D. Lgs. n. 165 del 2001, occorre che “la condotta di rilievo disciplinare se, da un lato, non richiede un’attività materiale di alterazione o manomissione del sistema di rilevamento delle presenza in servizio, dall’altro deve essere oggettivamente idonea ad indurre in errore il datore di lavoro, sicché anche l’allontanamento dall’ufficio, non accompagnato dalla necessaria timbratura, integra una modalità fraudolenta, diretta a rappresentare una situazione apparente diversa da quella reale” (Cass. n. 17367/2016 e n. 25750/2016).
Questa rappresenta comunque una eccezione, poiché sia nel settore privato che in quello pubblico, la falsa attestazione della presenza in servizio, con la volontà di indurre in errore il datore di lavoro, è uno degli illeciti più diffusi, per i quali viene richiesto l’intervento delle agenzie investigative.

Scarica l'allegato
Sentenza 14199.pdf


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