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CONTRAFFAZIONE E LUCRO CESSANTE: BISOGNA PROVARE IL DANNO SUBÌTO

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CONTRAFFAZIONE E LUCRO CESSANTE: BISOGNA PROVARE IL DANNO SUBÌTO
Secondo il Rapporto Iperico 2021, tra il 2008 e il 2019 l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza hanno effettuato 184,9mila sequestri in Italia per contraffazione, con circa
569 milioni di pezzi sequestrati (senza considerare gli alimentari, le bevande alcoliche, i medicinali e i tabacchi) del valore stimato di oltre 5,8 miliardi di euro. A subire i maggiori danni economici sono i brand di abbigliamento e accessori. Alle conseguenze sul patrimonio aziendale vanno ad aggiungersi quelle in ambito reputazionale, poiché il cliente finale perde fiducia nel brand.
Molte aziende vittime di questo fenomeno si rivolgono alle agenzie investigative autorizzate, per procedere con l’individuazione dei soggetti e della filiera di commercializzazione, dal produttore al distributore, dei beni realizzati utilizzando in modo illegittimo il marchio registrato o il brevetto, allo scopo di raccogliere prove dell’illecito utilizzabili in sede di giudizio.
Per poter procedere alla raccolta delle prove, gli investigatori privati effettuano delle indagini sul campo, lì dove siano presenti degli store fisici, con attività di mystery shopping e di monitoraggio, e con delle indagini OSINT/SOCMINT, lì dove la commercializzazione dei prodotti contraffatti avvenga solo o anche online, come sempre più spesso accade.
A seguito dell’indagine viene redatto un report finale che raccoglie le prove dell’illecito, le modalità attraverso le quali si è consumato e ovviamente i nominativi e i riferimenti dei suoi responsabili.
Nei casi di contraffazione di un marchio si parla anche di danno da lucro cessante, ed in una recente sentenza della Cassazione, la n. 24635 (in allegato) si ribadiscono i termini per la sua liquidazione.
Il lucro cessante altro non è che il profitto che il soggetto danneggiato ha perso a causa dell’inadempimento o dell’illecito altrui. Si potrebbe definire anche come “danno futuro”.
Il secondo comma dell’art. 125 del Codice della proprietà industriale determina che “La sentenza che provvede sul risarcimento dei danni può farne la liquidazione in una somma globale stabilita in base agli atti della causa e alle presunzioni che ne derivano. In questo caso il lucro cessante è comunque determinato in un importo non inferiore a quello dei canoni che l'autore della violazione avrebbe dovuto pagare, qualora avesse ottenuto una licenza dal titolare del diritto leso.”
Tale comma viene chiarito e affrontato nella sentenza in esame, riferita ad un marchio di abbigliamento contraffatto, con un danno subìto riconosciuto dal Tribunale, come lucro cessante, ma non dalla Corte d’Appello, che ha escluso la liquidazione equitativa prevista e tarata sulla royalty.
Secondo la Corte territoriale il danno non era in alcun modo evidente e riscontrabile, poiché non vi era stato alcun calo di fatturatosvilimento del marchio contraffatto, registrato da quasi 40 anni ma non particolarmente noto. L’azienda ricorrente, secondo la Corte, non era riuscita a dimostrare né che i prodotti contraffatti fossero presenti nei negozi da essa indicati, né che il marchio fosse pubblicizzato. L’azienda, però, ha lamentato che dette prove non sono richieste dal comma 2 dell’art. 125 del Cpi succitato, che prevede un risarcimento con un criterio tipizzato, ossia il minimo della liquidazione a prescindere da quanto il marchio contraffatto sia noto o diffuso. Ma per la Cassazione non è così. Se al Tribunale era bastata una denuncia generica dei pregiudizi, in mancanza di prove dirette, la Corte di appello ha corretto l’interpretazione del comma 2, ribadendo che il danno da lucro cessante non è in re ipsa ed il danneggiato non è esentato dal provarlo.
Il secondo comma, infatti, non rappresenta una deroga o una alternativa ai principi generali del risarcimento per fatto illecito, riportati nel comma 1 dello stesso art. 125 Cpi con riferimento agli articoli 1223, 1226 e 1227 del Codice civile sul risarcimento del danno e sulla sua valutazione, ma una semplificazione probatoria che prevede comunque che vengano presentati degli elementi indiziari sull’esistenza del danno. Conclusione basata sulla interpretazione letteraria dell’articolo 125 Cpi, per il quale il legislatore ha previsto un nesso causale e una successione logica tra primo (con riferimenti al codice civile) e secondo comma, in merito al criterio dl “giusto prezzo del consenso”.
Tutte le prove utili all’azienda per dimostrare di essere stata vittima di contraffazione del proprio brand e/o brevetto possono essere raccolte, come già anticipato, dagli investigatori privati, che agiscono su più fronti, per consegnare all’azienda cliente il dossier investigativo che potrà essere prodotto in giudizio.

Scarica l'allegato
Sentenza contraffazione 24635_2021.pdf


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